Dal World wide web al Web 4.0: le parole d’ordine che bisogna tener d’occhio

Gli arabi (o indiani?), quando nel 300 avanti Cristo inventarono la numerazione nota come “araba” (la rappresentazione simbolica di entità numeriche), non potevano certo immaginare che quei segni, dopo più di due millenni, sarebbero stati convenzionalmente usati anche per rappresentare stadi successivi di una nuova civiltà, quella digitale.

Sotto il cielo di Damasco non erano prevedibili né il world wide web né la sua rivoluzionaria capacità di cambiare il nostro mondo.

Web 1.0, Web 2.0, Web 3.0 e ora Web 4.0 sono definizioni che ormai ci inseguono, anche se non ne conosciamo l’esatto significato. Proviamo ad orientarci, sapendo che spesso neanche i nativi digitali sanno esattamente di cosa si tratti. Semplicemente perché utilizzano i sistemi digitali senza aver bisogno di dare loro una definizione “scolastica”.

Di cosa parliamo quando parliamo di rivoluzione digitale. Tutto è partito nel 1989, quando Tim Berners Lee inventò il world wide web, un sistema che permetteva la consultazione collettiva via Internet di pagine web raggiungibili con iperlink. Spesso Berners Lee ha raccontato la sua frustrazione iniziale nel constatare come la sua intuizione fosse considerata alla stregua di un semplice software di lavoro tra operatori ed è divenuta ormai storica la reazione del suo capo al Cern di Ginevra, che dopo aver letto il suo memo, appuntò in matita in alto a sinistra: “vago, ma eccitante”. Berners però non seppe subito di questa reazione; ma solo dopo che il suo capo morì e il memo con la chiosa fu ritrovato tra le sue carte di lavoro!

I punti zero del digitale. Gli anni dal 1990 al 2000 sono stati gli anni del Web 1.0. Secondo la definizione dello stesso Berners sono stati gli anni dell’ “only read web”. Il Web 1.0 era caratterizzato da siti statici, alimentati esclusivamente da webmaster, con noi comuni mortali semplici lettori, utenti passivi.

Con il Web 2.0, negli anni 2000 – 2006, si entra nella fase del “read-write web”; l’esplosione dei social è l’effetto più macroscopico. La parole d’ordine in questa fase è “interazione”. Gli utenti iniziano a postare propri contenuti, commenti, post, blog; i social impazzano e le piattaforme per pubblicare blog si moltiplicano. Si racconta che il termine WEB 2.0 sia stato coniato “per caso” da Tim O’Reilly durante un brain storming con addetti al settore; ma nell’anno anno e mezzo successivo il termine venne citato più di 9.5 milioni di volte in Google. Facile decretarne il successo!

I comportamenti degli utenti www si strutturano, si fanno attivi. Cambia il modo di “vivere” il web. Lo stesso O’Reilly ha provato ad esemplificare la differenza tra Web 1.0 e Web 2.0. Lo ha fatto per grandi linee così*:

Web 1.0

Web 2.0

Ofoto

Flickr

mp3.com

Napster

Britannica on line

Wikipedia

Personal websites

Blogging

Domain name speculation

Search engine optimization

Page views

Cost per Click

Screen scraping

Web services

Publishing

Partecipation

Content management system

Wikis

Directoring

Tagging

N.B. Abbiamo eliminato qualche voce che abbiamo ritenuto meno intuitiva.

Google, nata come una applicazione nativa sul web, si impone. Offre servizi.

Ora siamo in piena epoca Web 3.0: l’epoca del “read-write- execute web”. Le parole d’ordine, in questo tempo, sono dati e semantica. Non a caso, il termine Web 3.0 è stato coniato da Etic Schmidts (ceo di Google) nel 2007.

Qui è la “relazione” tra i dati che fa la differenza riguardo le modalità precedenti di gestione del world wide web. Nascono gli Rss, standard di compilazione di un testo per la pubblicazione on line, che permettono all’utente di ottenere in tempo reale aggiornamenti su un determinato argomento prescelto. Abbiamo incominciamo a familiarizzare con gli algoritmi di Facebook e di Google, almeno nella misura in cui ci spiegano che le nostre opinioni, le nostre scelte, i nostri desideri che consegniamo volontariamente alla rete vengono riorganizzati per “offrirci” informazioni e prodotti “su misura”.

I dati sono “linkati” (la definizione è sempre di Berners Lee) e si possono costruire reti di relazioni e connessioni tra documenti secondo logiche più elaborate e utili a fornire risposte puntuali. il web assume i confini di un vero e proprio spazio sociale. L’informatica spinge in avanti l’intelligenza artificiale, mentre il responsive web disegn permette di usufruire di Internet e di tutti i suoi servizi su ogni dispositivo a nostra disposizione.

Ma il tempo digitale sembra correre a velocità elevatissime. E noi non ci sentiamo forse come il coniglio di Alice nel paese delle Meraviglie? Tant’è. Ecco che già su parla di Web 4.0. Per adesso non abbiamo una definizione certa. Le parole d’ordine che paiono imporsi sono “spazio” e “big data”.

La realtà aumentata dei Google glasses, le immagini in 3 D, le nuove interfacce che permettono ai nostri device di interloquire tra di loro, i nostri alter ego digitali realizzati con tutte le nostre info affidate a chip e Spid sono elementi di una realtà reale anche se non fisica.

E tu, a che puntozero sei? Proviamo a metterci alla prova, con un questionario che misuri “a spanne” che familiarità abbiamo con il web da semplici utenti, non “esperti”.

Il questionario “A che .0 sei?” è un gioco ed un test per misurarsi con la rivoluzione digitale.

(Altalex, 19 dicembre 2016. Articolo di Claudia Morelli)

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