Karinthy, guerra e umane seduzioni

FERENC KARINTHY, ”TEMPI FELICI” (ADELPHI, pp. 120 – 12,00 euro – Traduzione di Laura Sgarioto).

Un delizioso racconto, leggero e seducente, dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy, autore di una interessante utopico e kafkiano romanzo, ”Epepe”, che Adelphi ha tradotto in italiano per la prima volta lo scorso anno. Segue ora questo del tutto diverso ”Tempi felici”, titolo a sottolineare per contrasto, per assurdo, come in ognuno di noi i ricordi e il vissuto possano prescindere da quello che ci accade attorno e da come lo vivono gli altri.

Jozsi Beregi è un po’ esattamente il contrario del professor Budai di ”Epepe”, che vive un’esperienza assurda all’interno di una realtà normale, perché lui, pur essendo ebreo, vive un’esistenza normale, come non scalfita dagli eventi che, attorno a lui, sono quelli assurdi della guerra e dell’avanzata dell’esercito russo nella sua marcia verso Berlino, che nel dicembre 1944 è all’attacco di Budapest occupata dai nazisti che hanno portato al potere i feroci croce frecciati ungheresi.

Sono gli ultimi giorni di resistenza, la città è bombardata giorno e notte, la gente ormai vive fissa nei rifugi, mentre attorno tutto crolla e i miliziani croce frecciati imperterriti rastrellano oppositori e soprattutto ebrei sequestrando beni e fucilando in massa sulle rive del Danubio, che si porta via i cadaveri. In questo mondo di piccoli egoismi, di misere superbie senza senso, di lotta per la sopravvivenza e per un poco di cibo tra chi ha buone riserve e chi frequenta disperatamente il mercato nero, Beregi si muove come un astuto Mefistofele, si adatta alle circostanze e le volge a suo favore, vive da seduttore che riesce a ottenere tutto quel che vuole anche di più, sorta di Bel Ami che agli agi possibili della vita quotidiana riesce ad aggiungere i piaceri della carne, con una naturalezza priva di qualsivoglia cinismo.

Pronto a adattarsi alle circostanze, subdolo istintivamente, Beregi prima coinvolge Nelli, una prostituta che frequentava ai bei tempi e che lo accoglie bisognosa, tra tanti pericoli, di aver vicino un uomo (e gli fa crescere i baffoni spioventi per passarlo come un parente arrivato dalla Transilvania), poi la piacente e matura moglie di un alto ufficiale al fronte, assieme alla sua giovane figlia preda di ormoni e desiderio, quindi gioca le sue carte persino con la crocefrecciata Mikucz in stivali neri, cinturone e pistola, che lo arresta e porta via dal rifugio in cui ha costruito la sua tana, ma in cui sono anche persone che lo hanno denunciato. Allora tanta tragedia, macerie, violenza e fame, diventano lo sfondo per una commedia umana lieve, incongruamente comica, basata su debolezze e bisogni, narrati con leggerezza quasi shnitzleriana, a sottolineare la forza dello spirito vitale, anche attraverso il sesso, che supera qualsiasi avanzare della morte, qualsiasi spirito di guerra. Nulla di ridicolo quindi, ma quasi un divertissement intrinsecamente pacifista e assurdamente beffardo nei confronti della tragica barbarie della storia, una sorta di inno alla vita, come dimostra anche il finale a sorpresa. (ANSA).

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