Kill Benito, la morte del Duce

(ANSA) – ROMA, 13 GEN – RENZO MARTINELLI, KILL BENITO (Gremese, pp.240, 18 Euro). “Soltanto la verità dei vincitori sarebbe sopravvissuta ai morti e si sarebbe alzata nei secoli come un gigantesco monumento funerario, che nessuno scalpello avrebbe mai osato demolire”. Entra a gamba tesa in una delle pagine più celebri e oscure della Storia italiana il regista Renzo Martinelli nel suo romanzo d’esordio Kill Benito, edito da Gremese, in cui attraverso una appassionante storia d’amore ripercorre le ultime fasi della lotta partigiana e le vicende della morte di Mussolini. Senza nessun accenno al ventennio fascista ma accendendo i riflettori solo sulle ultime ore di vita del Duce, Martinelli compie una vera e propria indagine per dimostrare che forse ciò che a scuola ci hanno insegnato non è del tutto vero o addirittura completamente falso. Sfidando la versione ufficiale, secondo cui Benito Mussolini e Claretta Petacci vennero fucilati dai partigiani comunisti davanti al muretto di villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, alle 16.10 del 28 aprile del 1945, l’autore offre un nuovo punto di vista e una diversa verità. Al centro della nuova ipotesi alcune incongruenze. Perché la camicia e i pantaloni del Duce non presentano fori di proiettili né macchie di sangue? Come fa la traiettoria dei colpi di pistola (dall’alto verso il basso, secondo le ferite) a coincidere con la morte per fucilazione? E poi ancora, i fori dei proiettili sui corpi di Mussolini e della Petacci hanno l’alone dello sparo a bruciapelo. Secondo quanto scritto nel romanzo, il vero teatro dell’uccisione, avvenuta non il pomeriggio ma alle prime luci del mattino del 28 aprile, sarebbe la casa dei coniugi De Maria, dove il Duce e la sua amante vennero portati dal Capitano Neri dopo la cattura. Questo si legherebbe anche all’interesse degli Inglesi a vedere Mussolini morto per evitare imbarazzi a Churchill (per via del carteggio con il Duce). Oltre alla vicenda della morte del dittatore, Martinelli indaga anche sul famoso ‘oro di Dongo’, ossia sulle sei valigie contenenti le ricchezze sottratte agli ebrei del Centro Italia e sequestrate a Mussolini quando venne catturato. Un oro scomparso, e di cui secondo l’autore si appropriò indebitamente il Partito Comunista Italiano. Tra intrighi e misteri, e mentre si snoda la storia d’amore tra il Capitano Neri e la partigiana Gianna, emerge un libro intenso, ben costruito, che non perde mai il suo ritmo coinvolgendo il lettore dalla prima all’ultima pagina grazie a una prosa chiara e scorrevole. Ma il pregio più grande, nello stile a cui Martinelli ci ha abituato nei suoi film, è quello di far nascere delle domande e insinuare il dubbio in chi legge, senza paura di urtare dogmi ideologici o verità acquisite. Facendo sua la convinzione di Jorge Luis Borges che “la Storia è un atto di fede”, l’autore apre la porta nuove possibilità, senza fornire risposte certe, ma solo dettagli, ragionamenti, informazioni. Lasciando come sempre al pubblico il compito di prendere posizione.

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