Mr.Steele, il ‘James Bond’ del dossier su Trump

Teme per la sua vita e si è reso uccel di bosco, lasciando il gatto in custodia ai vicini.

Christopher Steele, l’ex James Bond dell’MI6 che ha prodotto il dossier secondo cui la Russia di Vladimir Putin, sarebbe in possesso di “Kompromat” su Donald Trump, è “terrorizzato per la sua sicurezza”. 53 anni, laurea a Cambridge e un passato ineccepibile al servizio di Sua Maestà, l’ex spia si e’ dileguato ieri dalla villetta di Wokingham nel Surrey, avendo capito che era questione di tempo prima che il suo nome venisse messo in piazza. Spariti anche moglie e figli: “Non avevamo idea che fosse una spia”, hanno commentato con i media britannici i vicini di casa. Steele “teme la vendetta del Cremlino”, ha detto al Daily Telegraph una fonte vicina all’ex 007, per anni ‘barba finta’ a Mosca dove aveva aveva lavorato sotto copertura all’inizio degli anni ’90 e poi come capo del desk russo al quartier generale dell’MI6 sul Tamigi facendosi stimare da superiori e colleghi tra cui Alex Younger, un suo coetaneo e ora il capo dell’agenzia. La Russia era la specialità di Steele tanto che nel 2006, dopo l’avvelenamento della spia Alexander Litvinenko, l’allora capo dell’agenzia, Sir John Scarlett, lo aveva incaricato di vederci chiaro: fu Steele, hanno detto al Guardian fonti dell’MI6, a capire che dietro la sorte dell’agente segreto, con cui aveva collaborato prima della morte, c’era proprio lo zampino del governo di Mosca.

Tutto questo per dire che l’ex James Bond non era un novellino, facile vittima della “disinformatia” russa, un pericolo del resto di cui lui stesso era consapevole. “Se Christopher ha messo qualcosa nel dossier, doveva crederci.

Liquidare il suo lavoro come un falso o l’opera di un cowboy e’ scorretto”, ha detto al Guardian una fonte del Foreign Office che lo conosce da un quarto di secolo.

Dopo aver dato le dimissioni dall’MI6 nel 2009, Steele si era messo in proprio. Con Christopher Burrows, ex diplomatico del Regno Uniti a Bruxelles e New Delhi, aveva fondato la società’ di intelligence privata Orbis Business specializzata in Russia e Asia con sede a Belgravia: l’ufficio al numero 911 di Grosvenor Gardens, a pochi passi da Victoria Station, oggi e’ vuoto.

Steele era giudicato credibile anche negli Usa. Nel 2010 era stato assunto dall’Fbi per l’inchiesta sulle tangenti della Fifa. Al ‘Trump-gate’ era arrivato tramite Glenn Simpson, un ex reporter del Wall Street Journal a caccia di segreti (e’ stato peraltro lo stesso giornale di Rupert Murdoch a mettere in piazza ieri l’identità del britannico) a cui lo staff del repubblicano Jeb Bush aveva chiesto di procurare informazioni in grado di imbarazzare il tycoon. Come ex spia basata a Mosca l’ex James Bond non poteva recarsi nella capitale russa a investigare personalmente: aveva riallacciato con vecchi contatti e ne aveva creato di nuovi attraverso intermediari. Ne’ Steele ne’ Simpson, secondo il New York Times, sarebbero stati finora pagati, ma avrebbero continuato a scavare egualmente, anche dopo l’esito del voto, convinti dell’importanza del loro lavoro.

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