Xi Jinping riscalda Davos, è alfiere globalizzazione – ANALISI

C’è un funzionario comunista che difende la globalizzazione e il libero commercio, mettendosi a capo di una virtuale ‘coalizione’ contro il protezionismo resuscitato da un tycoon americano ricchissimo, circondato da donne e proprietario di grattacieli, novello ‘noglobal’ che ripropone la critica al capitalismo globale degli slogan antagonisti di 15 anni fa.

E’ il duello, un po’ surreale e paradossale, andato in scena a Davos fra Xi Jinping, il funzionario del partito comunista e presidente della Repubblica Popolare Cinese, e il convitato di pietra Donald Trump, bestia nera (ma non per tutti) alla kermesse iper-globalista fra le nevi svizzere organizzata ogni anno dal World Economic Forum. Xi è riuscito a riscaldare il pubblico di circa 1.500 delegati, fra creativi, innovatori, politici e visionari riuniti dal Forum economico mondiale. “Dobbiamo dire no al protezionismo”, che è “chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria. Nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale”. Parole che strappano l’applauso, anche se non di tutta l’enorme conference hall. Il messaggio è rivolto a Donald Trump e alla sua offensiva che vede nella Cina il principale avversario commerciale e rinsalda i rapporti con la Russia. Trump a Davos non c’è, come l’altro grande convitato di pietra Angela Merkel, la cancelliera che rappresenta, nello scenario post-Trump e post-Brexit, l’altro argine al protezionismo redivivo. Ma a Davos il presidente eletto ha inviato Anthony Scaramucci, che farà parte del suo team alla Casa Bianca, a gettare acqua sul fuoco: “né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale.

Abbiamo molto in comune e forti relazioni bilaterali ma va rivisto il modello degli accordi commerciali asimmetrici sottoscritti dagli Usa negli ultimi 70 anni”, se lo si farà “Trump potrebbe essere l’ultima speranza del globalismo”.

Insomma la Cina la smetta con i suoi dazi occulti, le manipolazioni dei cambio e i sussidi nascosti al suo export, è il messaggio dall’amministrazione Trump. Parole che non hanno impedito a Xi di cogliere l’opportunità offertagli da Davos. La sfida di proporsi a leader globale riempiendo l’enorme vuoto creato da Trump, fautore del disimpegno e di un ritorno all”America First’. E se non negli Usa certamente a Davos, e in altri ambienti così pro-global, Trump rappresenta un presidente Usa mai prima così controverso, e forse poco legittimato, ancor prima del giuramento di venerdì, dando così frecce all’arco di Xi. Vestito in un sobrio e rassicurante abito blu, con cravatta blu e con un’ostentata pacatezza nel parlare, Xi ha fatto un po’ più di quanto ci si aspettasse. Pur senza nominarlo una sola volta, ha praticamente lanciato un asse globale della resistenza a Trump a tre giorni dal giuramento a Washington.

Come rivolgendosi a Trump, o alla francese Le Pen, ha detto che “alcune persone accusano la globalizzazione economica” per il “caos” in cui viviamo oggi, ma molti problemi attuali, dalla crisi dei rifugiati in Europa alla crisi finanziaria di dieci anni fa (frecciatine a Washington), “non sono stati causati da essa”. La globalizzazione “è vero, ha creato problemi”, ma non va gettato il bambino con l’acqua sporca. “Piaccia o no, l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente”. La Cina di Xi promette di collaborare a correggere la rotta, dandosi un modello più sostenibile di crescita. E’ un cenno a molte delle legittime critiche a Pechino, improbabile fautrice del liberalismo economico e ora protagonista di una controverso iniziativa per ottenere lo status di ‘economia di mercato’ che sterilizzerebbe la possibilità di mettere dazi sulla sua enorme sovraccapacità produttiva. Nell’ora di discorso (senza domande) di Xi c’è spazio anche per l’Accordo di Parigi contro il riscaldamento globale, “un accordo magnifico, che tutti i firmatari devono rispettare” come “responsabilità che dobbiamo assumere nei confronti dei nostri figli”. Anche qui, alfiere dell’ambientalismo è un Paese di cui tutti hanno ben presenti le immagini di città avvolte dall’inquinamento. Ma se c’è una lezione chiara da imparare a Davos, che hanno capito anche i cinesi, e in cui gli americani sono maestri, è che il mondo sta cambiando a una velocità mai vista prima. E dunque occorre adattarsi, posizionarsi, persino travestirsi, e cavalcare la tigre.

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