Alta tensione Usa-Cina, spettro di una guerra dei cambi

Non solo una guerra commerciale.

Fra gli Stati Uniti e la Cina cresce il rischio di una guerra dei cambi. Sotto il pressing di Donald Trump, il Tesoro americano bolla per la prima volta dal 1994 la Cina come manipolatore di valute. Una mossa per lo più simbolica ma che mostra un’intensificarsi dello scontro fra le due superpotenze economiche mondiali.

Ad alzare ancora di più la tensione è il possibile dispiegamento di missili americani a medio raggio nell’area indo-pacifico, paventato nei giorni scorsi dal capo del Pentagono Mark Esper. Un’ipotesi che la Cina vede come una provocazione: “Non staremo a guardare”, la replica secca di Pechino, che invita i paesi dell’area a rifiutare l’iniziativa statunitense. Poi avverte: “Se gli Stati Uniti dispiegheranno missili in questa parte del mondo, praticamente alla soglia di ingresso della Cina, saremo costretti a prendere contromisure” dice Fu Cong, il responsabile cinse per il controllo delle armi.

“Chiedo ai paesi nostri vicini di esercitare prudenza e non consentire il dispiegamento dei missili sul loro territorio”, aggiunge Fu, citando esplicitamente Giappone, Corea del Sud e Australia ma non scendendo nei dettagli su quale potrebbe essere la risposta cinese. Fu si limita a dire che “tutte le opzioni sono aperte” se gli alleati americani consentiranno il dispiegamento.

Lo scontro sui missili si va ad aggiungere a quello commerciale fra Stati Uniti e Cina, complicando un rapporto già complesso fatto di prove di forza e di continui botta a risposta. Alla Cina che ha consentito di far scendere fino a 7 yuan per dollaro il tasso di cambio della sua valuta, gli Usa hanno risposto etichettandola come manipolare di valute. Una designazione che consente a Trump di onorare una delle sue promesse elettorali e di incassare il plauso di una parte dei democratici. La decisione del Tesoro americano non è seguita, almeno per il momento, da nessuna ritorsione cinese. Anzi la banca centrale cinese esclude “svalutazioni significative”. E questo fa tirare un respiro di sollievo alle borse mondiali dopo un lunedì nero che ha visto le piazze finanziarie europee bruciare 180 miliardi di euro e Wall Street 700 miliardi di dollari. Ma l’apparente calma è, secondo gli analisti, solo momentanea, con altre ondate di vendite all’orizzonte. Una calma che però consente al presidente americano e alla sua amministrazione di esultare.

“Siamo in una posizione molto forte. Le aziende stanno tornando negli Stati Uniti”, dove si sta riversando anche un “massiccio ammontare di soldi dalla Cina e dal resto del mondo per motivi di sicurezza, investimento e tassi di interesse”. Il presidente americano rassicura poi gli agricoltori, finiti nel mezzo della sua guerra con Pechino, dicendosi pronto ad agire nuovamente a loro sostegno. La Cina ha sospeso gli acquisti di prodotti agricoli americani in ritorsione dei nuovi dazi del 10% annunciati da Trump dal 1 settembre su 300 miliardi di dollari di Made in China. I dazi agitati da Trump – osserva comunque la Casa Bianca – possono cambiare: il presidente è flessibile a seconda di come evolveranno le trattative commerciali. Il prossimo appuntamento è a settembre a Washington e tutti si augurano progressi in grado di sventare una guerra a 360 gradi.

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