A chi spetta l’onere della prova del licenziamento verbale?

Con sentenza del 25 marzo 2022, n. 1240, il Tribunale di Foggia è ritornato sul tema dell’onere della prova nel caso di licenziamento verbale. In particolare, il giudice del lavoro ha statuito che il lavoratore ha l’onere di provare che la cessazione del rapporto è stata voluta dal datore di lavoro, anche per fatti concludenti. Non basta quindi la prova dell’avvenuta cessazione della prestazione lavorativa. Il Tribunale di Foggia aggiunge che, in mancanza della prova di questa prova, vista la prolungata assenza dal lavoro, la cessazione del rapporto di lavoro deve essere ascrivibile alle dimissioni del lavoratore per fatti concludenti, in deroga alla procedura di dimissioni telematiche prevista dalla normativa.

Data retention, sì alla conservazione mirata dei dati di traffico per un periodo limitato

Contrastano con la direttiva 2002/58/CE (trattamento dei dati personali e tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche) normative nazionali che, a titolo preventivo, per finalità di lotta alla criminalità grave e di prevenzione delle minacce gravi alla sicurezza pubblica, prevedano la conservazione generalizzata e indifferenziata dei dati relativi al traffico e dei dati relativi all’ubicazione riguardanti le comunicazioni elettroniche. È quanto affermato nella sentenza del 5 aprile 2022 con cui la Corte di giustizia ha però precisato che, per le stesse finalità, gli Stati Ue possono adottare norme che prevedano sia la conservazione mirata dei dati relativi al traffico e dei dati relativi all’ubicazione (delimitata, sulla base di elementi oggettivi e non discriminatori, in funzione delle categorie di persone interessate o mediante un criterio geografico, per un periodo temporalmente limitato allo stretto necessario, ma rinnovabile) sia la conservazione generalizzata e indifferenziata degli indirizzi IP attribuiti all’origine di una connessione (per un periodo temporalmente limitato allo stretto necessario), sia pure la conservazione generalizzata e indifferenziata dei dati relativi all’identità civile degli utenti di mezzi di comunicazione elettronica. La condizione necessaria è che tali misure debbano garantire, mediante norme chiare e precise, che la “data retention” sia subordinata al rispetto delle relative condizioni sostanziali e procedurali e che le persone interessate dispongano di garanzie effettive contro il rischio di abusi.

Conto corrente: quali saldi utilizzare per il computo delle rimesse solutorie?

Al fine di accertare i pagamenti prescritti il CTU è tenuto ad utilizzare il saldo “banca” oppure quello “depurato” dalle competenze indebite? A questo interrogativo risponde la Corte di Appello di Lecce con la sentenza del 15 febbraio 2022 qui annotata che consente di mettere in luce un tema ancora ampiamente dibattuto nelle aule di giustizia. Discostandosi dal recente orientamento di legittimità, la Corte di Appello di Lecce ritiene che l’individuazione dei pagamenti – con riferimento ai quali sarebbe maturato il diritto alla ripetizione – debba avvenire sulla base delle annotazioni eseguite dalla banca.

Violenza domestica verso la compagna e i figli: Italia condannata a Strasburgo

Pronunciandosi su un caso “italiano” in cui si discuteva della condotta inerte tenuta dalle autorità inquirenti italiane per non aver adottato tempestive misure finalizzate a fronteggiare il rischio concreto di episodi di violenza domestica posti in essere da un uomo nei confronti della sua compagna e dei figli, tanto da provocare, nell’ultimo di essi, la morte di uno dei minori per mano del compagno della donna, condannato per questo alla pena di 20 anni di reclusione, la Corte EDU, ha ritenuto, all’unanimità, violato il diritto alla vita tutelato dall’art. 2 della Convenzione EDU, escludendo, invece, alla luce, in particolare, dell’atteggiamento proattivo adottato dai carabinieri, che l’inerzia delle autorità inquirenti non potesse essere considerata un difetto sistemico, tale da determinare un effetto discriminatorio, con conseguente irricevibilità del ricorso nella parte in cui denunciava anche la violazione dell’art. 14 CEDU (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 2 della Convenzione (Corte europea diritti dell’uomo, Sez. I, 7 aprile 2022, n. 10929/19).