Imprese energivore: nessuno sconfinamento del CDS nel campo riservato all’ARERA

Non è ravvisabile l’eccesso di potere giurisdizionale nella sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato gli atti che hanno escluso dal novero dei destinatari dei benefici riservati alle imprese c.d. energivore le imprese ferroviarie, stante l’incomprimibilità anche per queste ultime dei costi dell’energia. Il controllo del limite esterno della giurisdizione – che l’art. 111 Cost., comma 8, affida alla Corte di Cassazione – non include il sindacato sulle scelte ermeneutiche del giudice amministrativo, suscettibili di comportare errori in iudicando o in procedendo, anche per contrasto con il diritto dell’Unione Europea, operando i limiti istituzionali e costituzionali del controllo devoluto alla Cassazione, i quali restano invalicabili, quand’anche motivati per implicito, allorché si censuri il concreto esercizio di un potere da parte del giudice amministrativo, non potendo siffatta modalità di esercizio integrare un vizio di eccesso di potere giurisdizionale. Lo stabilisce la Cassazione civile, Sez. Un., ordinanza 4 novembre 2022, n. 32621.

Misure protettive e risanabilità: come salvare l’impresa rispettando i diritti dei creditori

La domanda di conferma delle misure protettive deve essere accompagnata non solo da una adeguata documentazione sulla situazione economica e finanziaria dell’impresa, ma anche dalla presenza di un progetto finanziario adeguato e di un’attestazione di risanamento che, seppure non pienamente dispiegata in un piano articolato, tuttavia deve presentare al giudice un adeguato e leggibile sviluppo nella direzione della continuità aziendale, tale da consentire una valutazione prognostica o quantomeno di realistica possibilità di riuscita. Questo è quanto stabilito dal Tribunale di Roma con la sentenza del 10 ottobre 2022.

Barolo: bastano 300 metri dalla DOCG per far scattare la frode in commercio

Con la sentenza n. 42609/2022, la Cassazione penale, in un procedimento per tentata frode in commercio di cui all’art. 515 c.p., ha confermato la configurabilità del reato in capo al produttore che detenga per la vendita, compiendo atti idonei diretti alla consegna agli acquirenti, un ingente numero di bottiglie di vino, sigillate e munite di contrassegno, etichettate come Barolo DOCG, laddove le operazioni di vinificazione e di invecchiamento delle uve risultino effettuate anche presso uno stabilimento sito in un comune non compreso nella zona di produzione del vino Barolo, sebbene da lì distante appena 300 metri; infatti in tal caso la denominazione risulta attribuita in violazione del disciplinare di produzione approvato con D.p.r. 1° luglio 1980, che prevede che “tutte le operazioni di vinificazione ed invecchiamento debbano svolgersi interamente all’interno di un’area consentita, non essendo sufficienti che le uve provengano da vigneti siti nell’area stessa”, conseguendone l’integrazione dell’illecito penale. Nell’accogliere il ricorso della Procura generale, la Cassazione ha inoltre evidenziato che il giudice di appello, nell’ipotesi di riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna, pur non avendo l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale mediante l’esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive, è comunque tenuto a offrire una motivazione puntuale e adeguata, dando una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata rispetto a quella del giudice di primo grado.